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Setting psicologico: le caratteristiche ambientali e l’efficacia del colloquio

setting psicologicoIl setting psicologico è complesso da definire. Esso è la cornice spazio-temporale del colloquio psicologico e del processo psicoterapeutico. Il setting fa riferimento sia a delle condizioni esterne quali:

  • le caratteristiche dello studio;
  • la posizione del cliente-paziente;
  • la distanza e la posizione dello psicologo/psicoterapeuta rispetto al cliente-paziente;
  • la frequenza e la durata delle sedute;
  • le modalità di pagamento;

sia a delle condizioni interne, come il modo di stare insieme dei protagonisti della relazione e del loro sentire e agire in essa.

Le caratteristiche dell’ambiente e l’organizzazione dello spazio nella stanza del colloquio psicologico hanno un ruolo e contribuiscono a stabilire i limiti della relazione cliente-paziente/professionista.
Le posizioni spaziali possono prevedere diverse alternative tra cui:

  • la posizione frontale con la scrivania nel mezzo;
  • la posizione di profilo senza il tavolo intermedio;
  • una poltrona reclinabile per il paziente con il terapeuta in posizione eretta dietro le sue spalle;
  • una poltrona reclinabile per il paziente con il terapeuta al suo fianco e rivolto verso di lui;
  • un’utilizzazione di tutto lo spazio della stanza.

Ciascuna di queste declinazioni possibili di setting definisce alcune regole e facilita diversi tipi di comunicazione e relazione in base, soprattutto, all’orientamento di riferimento di ogni professionista.
In linea generale, quindi, il setting psicologico, con particolare riferimento alle caratteristiche ambientali del colloquio, può essere considerato uno strumento d’intervento.

Il contesto, l’ambiente fisico, il contenitore dell’intervento dello psicologo hanno un ruolo centrale. Il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” e significa collocare, stabilire, disporre e, pertanto, richiama l’azione di predisporre un luogo circoscritto, uno spazio e un tempo da utilizzare per definire un obiettivo da raggiungere.
In generale, in psicologia clinica, il setting può essere definito come l’insieme delle condizioni che delimitano, ospitano e sostengono l’intervento (Cordella, Grasso, Pennella, 2004).
Il setting determina i confini entro cui lo psicologo costruisce uno spazio fisico, mentale per l’utente-cliente che pone una domanda.
Winnicott nel 1941 è stato il primo autore ad utilizzare il termine setting e ha fatto riferimento a costanti quali le condizioni organizzative e le caratteristiche dello psicologo ossia il suo ruolo, l’esperienza clinica, le teorie di riferimento. Dagli anni ’50 in poi si è verificata una maggiore sistematicità nella considerazione delle condizioni in cui si struttura l’attività clinica.

Il setting in un contesto privato presenta costanza e continuità nell’organizzazione sia degli spazi che dei tempi dell’incontro con il cliente ed è caratterizzato da un’autonomia maggiore da parte dello psicologo nell’organizzazione dell’intervento a differenza di ciò che accede, tendenzialmente, nel servizio pubblico.
Il setting come contenitore dell’intervento fa riferimento alle dimensioni materiali, mentali e relazionali e fa pensare ad uno spazio che presenta confini ben delimitati destinati all’accoglienza e all’ascolto dell’utente e della sua richiesta d’aiuto.

Tra gli elementi indispensabili che dovrebbero caratterizzare un setting efficace vi è il silenzio che consente alla persona di generare racconti che presentino una coerenza formale rispetto al problema di cui essa è portatrice.
In uno studio condotto dai ricercatori del Baycrest’s Rotman Research Institute di Toronto in collaborazione con la University of Michigan e Stanford University si è dimostrato che passeggiare in un parco naturale contribuisce a portare benefici in termini cognitivo-affettivi nelle persone con diagnosi di depressione maggiore. È stata registrata la tendenza a preferire ambienti naturali, verdi, possibilmente con piante e fonti d’acqua, a quelli “costruiti”, indipendentemente dai fattori età e cultura di provenienza. Le possibili spiegazioni sono di due tipi:

  • in un’ottica evoluzionistica: la predilezione per la natura dipende dalle nostre origini animali e primitive caratterizzate da una vita ambientata in paesaggi verdi e rigogliosi che potevano assicurare sostentamento e riparo dai possibili predatori;
  • in un’ottica costruzionista: la naturale migliore disposizione affettiva verso ambienti naturali è legata a valutazioni cognitive, culturalmente mediate, in cui emergono ricordi d’infanzia legati ad attività all’aperto, nei luoghi esterni alla casa.

Nello studio citato è emerso che le persone hanno maggior capacità di concentrazione dopo aver trascorso del tempo a contatto con la natura o dopo avere guardato fotografie di paesaggi naturali perché interromperebbero il “bombardamento” dovuto alle molteplici distrazioni tipiche dell’ambiente urbano che affaticano la memoria di lavoro e l’attenzione. Inoltre, alcune ricerche in ambito ospedaliero hanno evidenziato il ruolo rigenerante e positivo dei paesaggi verdi nei decorsi post-operatori e nei processi fisici di guarigione anche attraverso una semplice e breve visione di film o di diapositive di ambienti naturali in particolare sul recupero delle capacità attentive.
Uno studio professionale potrebbe tenere in considerazione queste evidenze, ad esempio, nella scelta dei materiali per l’arredamento e per i complementi d’arredo per provare a ricostruire, seppur artificialmente, delle condizioni fisiche che richiamino il più possibile un ambiente “naturale” e sereno.

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